#Costacciaro e #Gubbio, un gemellaggio cementato dai secoli

Ma que c’entra Costaciaro con Gubbio”? Per rispondere, a distanza di molto tempo, a questo interrogativo che mi sottopose, qualche decennio fa, un ex amministratore eugubino, alla mia proposta d’un progetto comune tra i due centri, ho buttato giù il presente articolo che vorrei sottoporre all’attenzione di quei pochissimi Eugubini che non sanno ancora cosa c’entri, storicamente, Costacciaro con Gubbio.

48171373_213678672878378_4070999826848808960_nCostacciaro fu fondato, attorno al 1250, proprio dagli Eugubini, quale “città nuova”, secondo, cioè, un ben preciso e preordinato piano urbanistico (si pensa ispirato a quello del quartiere di San Pietro), come dimostrerebbe la sua regolare pianta a graticolato (non certo consueta per un centro d’impianto medioevale) e l’assenza d’un nucleo-fulcro in cui convergano le sue varie arterie, intersecàntisi ad angolo retto.

Dovette essere, così, proprio un Eugubino, a nome *Stacciarius o *Acciarius (i cognomi Stacciari ed Acciari sono, ancor oggi, presenti a Gubbio), a fondare quello che, tra i secoli XIII e XV, sarà, poi, detto: «Castrum Acciarii», «Collis Stacciarii», «Collestacciarii oppidulum», e «Costacciarium Eugubini Agri Oppidum», vale a dire ‘Costacciaro, centro fortificato (oppidum, oppidulum) della campagna eugubina’.

Con l’edificazione di questo avamposto fortificato, le autorità del libero Comune eugubino (allora in forte espansione economica, sociale ed urbanistica) intesero, senz’altro, rendere più protetto il lato sudorientale del loro vasto territorio e controllare la Via Flaminia ed i valichi montani verso la Marca d’Ancona. Nel 1888, infatti, l’erudito avvocato eugubino Oderigi Lucarelli, nella sua pregevole opera Memorie e guida storica di Gubbio (Città di Castello, S. Lapi Tipografo Editore), alla pagina 611, scriveva di Costacciaro: «Prendendo a destra la Flaminia si giunge in poco più d’un ora all’altra antica terra di Costacciaro, che per circa tre secoli formò al nord la più importante base di difesa della Repubblica Eugubina».

48376790_712945019098742_8084443883590647808_nÈ per tutto questo che Gubbio e Costacciaro avevano l’assoluta necessità di comunicare, direttamente e rapidamente, con segnali visivi, per il tramite delle loro rispettive rocche. Costacciaro, infatti, visto dalla Rocca dell’Ingino, emergendo dal centro di una piccola sella, risulta, così, proprio al centro della visuale che si gode dalla stessa fortificazione eugubina… esattamente centrato… “nel mirino di Gubbio”… Tra gli anni 1381 e 1382, Gubbio è in contrasto con Perugia. Costacciaro, castello di confine, dunque particolarmente esposto, invia, d’urgenza, a Gubbio, i medici Johannes mag. Johannis e Petrus mag. Putii, per curare gli uomini rimasti feriti.

È storicamente documentato, inoltre, come importanti famiglie eugubine, quali i Berardelli, i Massarelli, i Galeazzi, i Béccoli, gli Accorombòni, gli Andreoli, i Gatti, i Billi, i Fabiani abbiano avuto proprietà o parentele nella vicina Costacciaro. A Costacciaro, possedette, ad esempio, una casa di proprietà anche Ottaviano Nelli e, probabilmente, certi interessi, pure Mastro Giorgio Andreoli. Taluni documenti eugubini attesterebbero, altresì, almeno un rapporto, intervenuto tra il grande architetto eugubino Matteo di Giovannello, detto “Gattapone”, od un suo parente, ovverosia Jacopo di Matteo di Gattapone e Costacciaro.

La famiglia Puletti di Costacciaro, poi, ad esempio, secondo un’ipotesi ancora, però, in attesa di conferma, potrebbe essere, anch’essa, di lontana origine eugubina ed innestarsi al robusto ceppo del casato di un certo «Dominus de Paulettis» del quartiere di San Giulano, citato, nel Rinascimento, all’interno di documenti d’archivio eugubini. I Puletti sono, infatti, un’antica famiglia, originaria del comitato eugubino almeno sin dal Medioevo ed oggi comproprietari (“condòmini” è l’esatto termine che li designa) del Monte Cucco. Significativo di questo viscerale legame di cultura tra Costacciaro e Gubbio è il fatto che a Costacciaro stesso, antico centro della Diocesi di Gubbio, vi fossero, in passato, ben due chiese dedicate a Sant’Ubaldo e che nella frazione di Villa Col de’ Canali, ogni quindici o sedici di maggio, fosse celebrata una sorta di piccola Festa dei Ceri, con l’unico Cero di Sant’Ubaldo portato in spalla dai ragazzi del luogo al canto spiegato, e, insieme, cadenzato, di “O Lume della Fede”. Un ininterrotto e fraterno rapporto è, altresì, sempre sussistito tra i Francescani Minori Conventuali eugubini ed i loro confratelli costacciaroli e tra le istituzioni comunali di Gubbio e quelle di Costacciaro. Di quanto affermato, costituisce prova eloquente un brano dello Statuto Vecchio della Città di Gubbio, che risale all’anno 1338. Nella rubrica numero quindici di tale documento giuridico si tratta, infatti, di un’elemosina che il comune di Costacciaro doveva elargire ai Francescani del “luogo” («De elimosina danda per Comune Castri Collistacciarii Loco Fratrum Minorum dicti Castri»): ‘Per la riverenza che si deve a Dio e a San Francesco, ordiniamo che i frati, ovverosia il Convento di San Francesco del Castello di Costacciaro abbiano, e debbano avere, annualmente, per le loro necessità […], e per quelle di qualsivoglia anno, dal Comune, dall’Università (degli Uomini Originari di Costacciaro) e dal camerario dieci libbre di denari Ravennati. E (che) il capitano e il sindaco del detto Comune […] facciano avere, dal camerario del predetto Castello, la stessa quantità di danaro ai sopraddetti frati, sotto la pena di dieci libbre di denari Ravennati per ciascuno; e (che) il camerario del detto Castello debba dare gli stessi soldi ai medesimi frati, sotto la predetta pena; alla qual pena siano condannati i predetti capitano, sindaco e camerario […], se non avranno assolto a quanto stabilito […]’.

Si pensi, inoltre, in riferimento agli stretti rapporti sempre intercorsi, nei secoli, tra Gubbio e Costacciaro, come, nel XVIII secolo, a taluni abitanti di Costacciaro fosse stato ordinato dal Comune di Gubbio di fare «i Capitani del Cero dei Contadini in occasione delle onoranze a S. Ubaldo». Come possiamo, infatti, apprendere dall’interessante articolo “Spigolature ceraiolesche del ’700”, pubblicato, su “L’Eugubino”, a firma dello studioso di Gubbio Fabrizio Cece, nel maggio 1766, Gioacchino e Sebastiano Lupini di Ràncana di Costacciaro, furono eletti a capitani del Cero di Sant’Antonio. Pur appartenendo ad un territorio, i cui residenti, benché lo pretendessero, sembra non potessero essere chiamati a fare i capitani dei Ceri di Gubbio, i due si addossarono volentieri tale incarico “per la devozione grande che professavano a S. Ubaldo, ed a S. Antonio, e non per obbligo etc. Ed anche per la storia e venerazione che avevano verso la Città ed anche per isfuggire ogni litigio ed assurdo che mai potesse accadere”.

Costacciaro costituì, per molti secoli, una piccola ma acuminata spina eugubina nel fianco del contiguo territorio perugino, rappresentato da Sigillo, che, per i suoi meriti “d’alta fedeltà” a Perugia, fu autorizzato a fregiarsi del grifo rampante, attuale simbolo della sua municipalità.

Un’antica tradizione di Costacciaro vuole che, in epoca medioevale, all’interno d’un ampio androne del Monte Cucco, abbia “fatto penitenza” una non meglio precisata Sant’Agnese da Costacciaro, nonostante il fatto che il padre di costei ostacolasse alquanto la vocazione eremitica della figlia. L’androne ha il nome di Grotta de Sant’Agnese. Una cavità carsica, con identica denominazione, esiste pure a monte di Gubbio, sulle prime pendici occidentali del Monte Ingino, già Monte di San Gervasio. Questo misterioso personaggio, una donna eremita, abitatrice d’inospitali grotte, potrebbe essere assunto ad esempio e modello di quel legame, storico, culturale e spirituale insieme, che ha sempre accomunato la splendida città di Gubbio ed il caratteristico paese di Costacciaro.

Il territorio di Costacciaro, in antichi racconti di fonte orale popolare, era definito Cantone o Cantuccio di Gubbio. L’entità pagana che vi regnava era il Gigante Monte Cucco o Diàntene, abitatore fantastico del Monte Cucco. Il Diàntene, facendo proprie talune profezie popolari, basate sulla lettura d’alcuni antichi libri d’argomento incerto, vuole che il «Cantuccio (o Cantone) di Gubbio», genericamente identificabile con i Comuni pedemontani di Scheggia e Costacciaro, sarà l’unica zona a salvarsi da un misterioso quanto rovinoso cataclisma geologico, che giungerà a distruggere gran parte della terra.

Il grande terremoto del “Dies Irae” esaurirà, infatti, tutta la propria energia distruttiva all’interno della Grotta di Monte Cucco (un’antica credenza, radicata nei paesi pedeappenninici del massiccio del Monte Cucco, vuole, infatti, che quei terremoti, che, periodicamente, interessano tale area vengano alquanto attenuati, nella loro intensità, dalle grotte che permeano le viscere del Cucco.

Queste profonde e vaste cavità, infatti, avrebbero la peculiarità di far “isfogare” al loro interno le onde sismiche che le attraversano) e l’alluvione («’l pinaróne», cioè una sorta di secondo diluvio universale) non giungerà che a lambire queste zone, cosicché le loro popolazioni si salveranno dall’annegamento.

Felici, perché sani e salvi, saranno soltanto coloro i quali, la mattina in cui si verificherà la fine del mondo, verranno a trovarsi sotto l’ombra protettrice del melo conventino, tanto frequente in quest’area da esserne assurto quasi a simbolo («[…] Tolà du’ fa la mela conventina» = ‘Là dove alligna la mela conventina’, cioè il Cantuccio di Gubbio e l’intero territorio eugubino). Essi saranno beati, poiché, insieme alla vita, avranno salva anche l’anima loro.

Euro Puletti per Civetta.tv

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